
Anni '80
E le produzioni vanno fuori controllo
Giorgio Amadei
L'inflazione italiana degli anni '70 è stata più grave di quella corrente nel resto d'Europa o negli Stati Uniti d'America, ma ha avuto un'origine comune, vale a dire la forte creazione monetaria dovuta all'accresciuta spesa pubblica.Questo fenomeno ha generato negli Stati Uniti d'America, abituati a una moneta dal valore stabile, una forte reazione emotiva, con pericoli per lo stesso equilibrio politico della società. Ciò induce il governo americano all'inizio degli anni '80 a ridurre la creazione monetaria (che poi, essendo il dollaro moneta internazionale, influenza l'intero mondo), sostituendola in parte con l'indebitamento dello Stato verso i cittadini. Questa manovra, peraltro, dà i risultati voluti a condizione di retribuire il risparmio privato preso in prestito a tassi di interesse sostenuti, con una ricaduta indesiderata sulla spesa pubblica. D'altra parte non si vede come fermare l'eccessiva circolazione monetaria e quindi schiacciare l'inflazione.
In effetti, in poco tempo, si riesce a ricondurre l'inflazione a livelli tollerabili, mentre si pone la necessità di ridurre la spesa pubblica per il motivo detto in precedenza. La nuova politica monetaria americana obbliga grande parte del mondo a fare altrettanto per mantenere la parità della proprie monete col dollaro.
Negli Stati Uniti d'America, come in Europa, una delle spese pubbliche che finisce “sotto tiro” è quella legata ai finanziamenti necessari per sostenere le esportazioni agricole verso il mercato mondiale, cresciuti nel tempo a cifre impressionanti. È la questione delle eccedenze di produzione, che le nuove esigenze di equilibrio economico impongono di tagliare. Vale la pena di ricordare che la Cee ha scelto di fissare i prezzi agricoli per evitare che si formassero da soli attraverso il consueto gioco tra domanda ed offerta. In altre parole ha fissato prezzi superiori a quelli di equilibrio tra domanda ed offerta. Ciò ha trasformato immediatamente le esportazioni in “eccedenze” di produzione, perché occorreva intervenire con denaro pubblico a integrare il prezzo inferiore ricevuto dall'esportatore sul mercato esterno (la cosiddetta restituzione).
Di più, la fissazione dei prezzi agricoli a livelli elevati viene vissuta dal produttore agricolo come un “ordine di accrescere la produzione”, quindi col tempo la produzione europea è cresciuta molto al di sopra dell'aumento dei consumi interni. La massa delle eccedenze europee, riversate sul mercato mondiale, ha depresso ulteriormente i prezzi, disturbando ancor di più i grandi paesi esportatori, i quali per conservare i mercati hanno dovuto finanziare le proprie esportazioni. E tutto questo per “svendere” la produzione. In questa faccenda, la Comunità economica europea è sotto il tiro dei paesi e dei governi che ad essa partecipano, angosciati per la spesa pubblica e l'indebitamento. Ma se è facile trovare accordi dirigendo con generosità il mercato, non altrettanto avviene sulla strada opposta dello smantellamento della protezione.
In un primo tempo viene scelta la strada dei prelievi di corresponsabilità, che sono riduzioni dei prezzi statuiti se alcune produzioni superano soglie prefissate, ma che non danno risultati apprezzabili, oltre al fatto che in alcuni casi non vengono applicate, poi si adotta un'attitudine più prudente nella fissazione dei prezzi. Per il latte, che rappresenta la produzione più importante per le aziende familiari dell'Europa settentrionale, si decide di congelare il volume realizzato attraverso un rigido sistema di quote, che parte da una quota globale, suddivisa in quote nazionali sulla base delle statistiche di ogni paese, che poi viene suddiviso azienda per azienda in quote aziendali. I produttori che superano le quote assegnate subiscono una sanzione consistente in una parte cospicua del prezzo garantito, che poi diverrà la totalità del prezzo. In pratica, i produttori di latte diventano detentori di un diritto di produzione, che può essere ceduto ad altri, secondo una disciplina fissata dai vari Stati.
Nulla di simile è mai stato fatto in Italia. Di più la disciplina delle quote richiede un'organizzazione complessiva difficile da realizzare e costosa, ma anche svantaggiosa per la zootecnia italiana da latte, che è in ritardo tecnico rispetto a quella europea e che produce tra sì e no la metà del fabbisogno nazionale, con uno spazio notevole di possibile espansione, anche se difficile da conquistare. Tutto questo induce il governo italiano a credere che la disciplina durerà poco e che dunque conviene accoglierla con favore, perché attenua la concorrenza estera, ma non applicarla alla produzione nazionale. Le conseguenze di tali idee farà nascere uno dei problemi più gravi e costosi per l'Italia intera, anche se per qualche anno la situazione appare brillante.
Invece, per la questione dei patti agrari, vecchia spina nazionale, negli anni '80 si giunge alla soluzione finale, consistente in una trasformazione della mezzadria in affitto, per i casi numericamente ridotti di contratti ancora esistenti, nell'ulteriore riforma dei contratti di affitto sulla linea già adottata negli anni '70, ma con la concessione della libertà dei contraenti a stipulare contratti in deroga e con la fine prefissata della proroga dei vecchi contratti a coltivatore.
Nella seconda metà degli anni '80, si apre poi a livello dell'organizzazione mondiale del commercio (allora Gatt) la trattativa per la liberalizzazione degli scambi, tra cui quelli dei prodotti agricoli. Ciò porterà alla riforma Mac Sharry dei primi anni '90 che, con tutti i suoi numerosi difetti, chiuderà l'epoca delle eccedenze di produzione.





