
Anni '60
Verso il mercato unico a prezzi effervescenti
Giorgio Amadei
La società italiana giunge agli anni '60 in condizioni economiche ottime, ma agitata da un grande, confuso desiderio di mutamento. Da nove anni, dopo il compimento della ricostruzione post bellica, il sistema economico ha avuto un grande e continuo sviluppo, con una moneta forte, un basso incremento dei prezzi, un buon equilibrio della bilancia con l'estero, un ridotto indebitamento dello Stato, un carico fiscale sui cittadini modesto.Tuttavia, alcuni problemi persistenti, come l'arretratezza di una parte del Meridione, la disoccupazione ancora presente nel mondo rurale e anche urbano, la progettata unificazione del mercato tra i sei paesi della piccola Europa(Francia, Italia, Repubblica Federale Tedesca, Belgio, Olanda, Lussemburgo), compreso il mercato agricolo, creano angosce sul futuro e stimolano desideri di ammodernamento più rapido della società nazionale. Sul piano politico, questo desiderio di mutamento rapido sfocia nella cosiddetta “apertura a sinistra”, ossia nell'abbandono da parte del partito egemone, la Democrazia cristiana, dell'alleanza con i soli partiti del centro moderato, liberali, repubblicani e socialdemocratici, a vantaggio di un accordo col partito socialista, a sua volta allontanatosi dal partito comunista. Del resto, la stessa Dc, che nel passato aveva fondato la propria supremazia sul mondo dei municipi rurali, che con lo sviluppo economico hanno perduto una significativa parte della popolazione, avverte la necessità di cercare maggiori consensi nel mondo urbano e industriale, cercando di dare risposte alle esigenze di protezione e garanzia espresse da questo.
Le conseguenze sono importanti, sia per l'insieme del sistema economico che per l'agricoltura. In primo luogo, la nuova politica accresce rapidamente la spesa pubblica, mentre nello stesso senso agisce la contrattazione sindacale per quella delle imprese private, con incrementi salariali di rilievo che provocano nella prima metà degli anni '60 un fenomeno inflazionistico di rilievo, che poi si trascina con alti e bassi anche in seguito.
In secondo luogo, ciò aumenta rapidamente i consumi, anche di quelli alimentari fino ad allora piuttosto contenuti. La cosiddetta “rivoluzione della bistecca”, ossia un vigoroso incremento dei consumi individuali e globali di carne, cambia in pochi anni le abitudini alimentari nazionali, scompensando la bilancia agroalimentare.
Naturalmente, l'effervescenza dei prezzi viene avvertita dall'agricoltura come sollecitazione a produrre, quindi la reazione è positiva e si affianca alla spinta, dello stesso segno, impressa dai primi importanti regolamenti della Comunità economica europea, che rafforza considerevolmente il livello della protezione del mercato agricolo. Anzi, è questa la novità agricola maggiore degli anni '60, anche se gli agricoltori italiani faticano ad avere informazioni su quanto succede a Bruxelles, nuova capitale europea. Essi, immersi in vecchie e nuove polemiche nazionali, non si rendono bene conto di quello che succede. Intanto, in preparazione dell'integrazione dei mercati agricoli viene varato il primo piano verde, di durata quinquennale, che stanzia una cifra senza precedenti per abbassare il costo degli investimenti agricoli, a cui seguirà poi il secondo piano verde, più ricco del primo.
La domanda crescente, la sicurezza dei prezzi, l'abbondanza del capitale, a cui si aggiungono molte innovazioni, come la diffusione degli ibridi di mais, gli allevamenti zootecnici intensivi, l'arrivo sul mercato di numerose macchine, portano a una crescita della produzione lorda vendibile agricola, a prezzi costanti, di oltre un terzo, con un numero di attivi che continua a ridursi fortemente. Con questo, le vecchie questioni agrarie, come la riforma dei patti agrari, non subiscono affatto un'attenuazione, anzi avviene l'opposto a causa dell'arrivo al governo dei socialisti e della parte di sinistra della Dc.
La Federconsorzi, fondamento dell'alleanza tra Coldiretti e Confagricoltura, subisce un primo forte attacco, con l'accusa di avere sottratto 1.000 miliardi allo Stato, mentre poco prima viene approvata la legge di riforma della mezzadria, che intende eliminare questo tipo di contratto agrario. Infine ha inizio la programmazione economica che, nata per disciplinare l'azione dei sindacati operai, viene interpretata come una direzione centralizzata di tutta l'economia in funzione dell'eliminazione dello squilibrio territoriale dei redditi tra nord e sud e tra lavoratori agricoli e lavoratori industriali e del terziario.
Gli anni '60 finiscono col memorandum Mansholt sulla politica agricola comune, sostenendo che la protezione accordata ai mercati agricoli è troppo elevata e insostenibile sul piano finanziario e che occorre fortificare le strutture aziendali per predisporre l'agricoltura europea a sostenere la concorrenza proveniente dai grandi paesi esportatori.





